Eugenio Sinatra

Eugenio Sinatra

"Lessi un giorno, da qualche parte, che le regole vanno conosciute, studiate, per poi liberamente mandarle a quel paese e personalizzarle, e la cosa mi piacque.“

Eugenio Sinatra è nato nel 1950. Si definisce un medico fotoamatore.

Comincia a fotografare a 15 anni con una macchinetta Kodak Instamatic, ricevuta in regalo. Fotografava le solite cose: "Facevo paesaggi, ritratti, foto di strada. La cosa bella era avere, poi, tra le mani, le stampine i cui bordi, a quei tempi, i laboratori ritagliavano con la tronchesina dentellata; e questa veste, insieme alla carta camoscio, allora in uso, forniva sensazioni visive e tattili interessanti. Tentavo, ogni tanto, di fare cose inconsuete, cioè di far fare alla macchinetta ciò che le era impossibile, dal momento che non aveva alcuna modalità di regolazione."

Nel 1978, alcuni mesi dopo l’assunzione come ortopedico ospedaliero, acquista una signora reflex, la gloriosa Canon AE1, la sua “bambina”, tuttora viva e vegeta.

Con quello strumento in mano inizia a studiare sulle riviste del settore, affrontando i concetti di profondità di campo, di coppia tempo-diaframma, eccetera. Nelle conversazioni con amici fotodilettanti, come lui, si rendeva conto che il mondo amatoriale era schiavo delle famose “regole fotografiche”, riguardo a composizione, taglio e contenuti.

Lesse, poi da qualche parte, che le regole vanno conosciute, studiate, per poi liberamente mandarle a quel paese e personalizzarle, e la cosa gli piacque molto.

Conobbe, così, persone piu’ giovani, ma già anni luce avanti in termini di creatività e libertà espressiva, tuttora amici e che considera i suoi maestri.

"A loro affidai, anni fa, mio figlio, l'erede della mia passione, che divenne il loro pupillo ed oggi è un artista. E dire che, portandomelo sempre dietro, nelle mie uscite fotografiche, parlando con lui di fotografia e di arte, avrei potuto fargli nascere una idiosincrasia per quello che a me, invece, piaceva. Ma non fu così."

"Sotto la guida di quei miei maestri, imparai a sviluppare da me le pellicole, a stampare, e ben presto venne il desiderio di manipolare negativi b/n e colore, anche le diapositive, torturandoli in ogni maniera."

Approda, perciò, alle pellicole Polaroid, che per anni manipola in ogni modo possibile:

"Era un gran divertimento, capivo quanto asserito da Scianna riguardo alla “fotografia ambigua”, capivo che la fotografia può dire più cose, e diverse, di quello che raffigura."

"Nel frattempo, in quanto collezionista nato (perchè collezionisti si nasce!), possedevo una raccolta di foto d’epoca, di dagherrotipi, ambrotipi, ferrotipi; studiavo la storia della fotografia e la storia dell’arte, la fotografia ormai era un rifugio per tenere lontana la routine quotidiana, anche se il tempo a disposizione era molto limitato per gli impegni di lavoro e di studio della chirurgia ortopedica."

Magritte, Chagall, Giacometti, i Bragaglia, Duchamp, Man Ray divennero i suoi idoli.

Dal 2012 , ormai pensionato, si dedica anima e corpo alle tecniche alternative di stampa: "Faccio cianotipia, vandickbrown, mordenzage, chromoskedasic, chimigrammi e lumen print. Mi sono cimentato anche con il collodio umido, il bromolio e il gumoil."

Per concludere, un aneddoto: nel corso di una sua mostra di Polaroid, un amico musicista, che sa suonare benissimo in maniera “alternativa” e che allora conosceva da poco tempo, gli disse: "E' destino, chi fa cose strane prima o poi si incontra. Quella frase è sempre rimasta nella mia mente, di tipi strani, fotografi, pittori, musicisti, ormai ne conosco un bel po’, e constato ogni giorno che musica, pittura o fotografia possono avere aspetti comuni che riguardano la ricerca dell’”altrove”: e siccome l’altrove è come l’universo, si espande in continuazione, cerco di trovare nuovi territori espressivi. Chissà."

Nell’ambito delle tecniche alternative di stampa predilige la cianotipia: "Essa è facilissima da ottenere, basta l’esposizione ai raggi ultravioletti del negativo di grande formato sulla carta sensibilizzata e poi lo sviluppo in acqua di rubinetto. Voilà la stampa è fatta e finita, di un bel colore blu di prussia; ma troppo facile! Bisogna metterci le mani, manipolarla in qualche modo, in base al mood secondo cui le fotografie di partenza sono state scattate, in base a quello che si vuole esprimere con una serie di immagini. Pertanto ricorro all’intonazione in acido tannico e/o caffè, ottenendo uno slittamento dei toni di partenza verso il rosa cenere, il grigio azzurro, il marrone, il bronzo, o il nero profondo. Con il processo di intonazione la scala dei grigi della stampa si amplia, i toni intermedi prendono corpo e conferiscono una certa tridimensionalita’.

Il gioco si può complicare ulteriormente con espedienti particolari.

E il gioco prevede anche che l’alchimia che porta alla stampa definitiva dipenda dal tipo di acqua usata per il lavaggio, dalla marca del caffè, dal tipo di carta, dall’umidità ambientale: di conseguenza l’esperienza maturata a proprie spese sul campo guida nelle scelte dei materiali utili per ottenere il risultato che si desidera. Al contempo si verificano “giornate “ no, cioè sedute di stampa in cui tutto va storto, e non si riesce a capire perchè. Ma appunto, il bello è questo.

Il tema consueto delle mie fotografie è l’armonia del corpo femminile nello spazio e nel tempo, in quanto uso tempi lunghi di esposizione mentre la modella si muove o danza a suon di musica. Penso che il senso di libertà spalmato nel tempo e nello spazio traspaia dai miei scatti, che possa indicare qualcosa di personale al fruitore dell’immagine, ricorrendo al proprio vissuto e a sensazioni assolutamente individuali. Cosa che, se si verifica, è una gran cosa."

Stampa